Fare i conti con la nostra mentalità - Castellani Photography
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Fare i conti con la nostra mentalità

Il cassetto è pieno

Qualche sera fa sono andato all'incontro organizzato dal Comune di Livigno, dove si è parlato soprattutto di casa per i giovani e passaggio generazionale.

Mi aspettavo una sala piena. Il tema, almeno a parole, è uno di quelli che ci preoccupa: il personale non sa dove vivere, i giovani fanno fatica a rimanere perché gli appartamenti non si trovano — almeno a costi accessibili — e, più in generale, il costo della vita continua a crescere.

E invece c'erano parecchie sedie vuote.

Sono partito da lì e mi è tornata in mente una frase forse un po' cattiva: il cassetto è pieno.

Siamo alla fine della stagione estiva. Per molti è andata bene: gli appartamenti hanno lavorato, le attività hanno lavorato. L'inverno è ancora abbastanza lontano e, per la prossima stagione, qualcosa si farà.

Naturalmente è una provocazione. Non credo che ai livignaschi non importi del proprio paese. Credo però che abbiamo una straordinaria capacità di preoccuparci della comunità quando un problema comincia a toccare direttamente casa nostra. Soprattutto il nostro cassetto.

E credo che dovremmo avere il coraggio di ammettere che, quando il bene collettivo entra in conflitto con il nostro interesse economico, molto spesso è il secondo a vincere.

Non necessariamente per avidità. Più semplicemente perché siamo cresciuti così. Bisogna lavorare, bisogna guadagnare, bisogna mettere via, bisogna lasciare qualcosa ai figli.

I sacrifici dei nostri vecchi

Durante la serata si è parlato anche dei sacrifici fatti dalle generazioni che ci hanno preceduto.

È un argomento che a Livigno torna spesso e sul quale faccio sempre più fatica a trovarmi d'accordo.

Non perché quei sacrifici non ci siano stati. Ci sono stati eccome.

Credo però che dovremmo distinguere il sacrificio necessario per sopravvivere da quello fatto per investire, crescere e costruire un patrimonio. E, diciamolo, è anche più facile accettare grandi sacrifici quando davanti si vede un ritorno economico importante, rapido e tangibile.

Le generazioni prima della nostra hanno avuto l'intuito e la capacità di capire cosa stava succedendo a Livigno. Hanno visto arrivare il turismo e ci hanno investito. Hanno lavorato, acceso mutui, ampliato alberghi, costruito case e ricavato appartamenti.

Molti lo hanno fatto pensando ai propri figli. Costruire un appartamento per loro, ampliare l'albergo perché un giorno potessero prenderlo in mano, creare un patrimonio che garantisse loro un futuro migliore di quello che avevano avuto i genitori.

Anche questo è comprensibile. Ma credo che, a un certo punto, ci sia sfuggita una domanda molto semplice: siamo sicuri che i nostri figli vorranno il futuro che abbiamo costruito per loro?

Abbiamo mandato ragazzi a studiare e poi ci siamo aspettati che tornassero a portare avanti l'attività di famiglia. In altri casi, forse, abbiamo dato per scontato fin dall'inizio che quella dovesse essere la loro strada.

Ma se mio figlio vuole fare il medico, l'insegnante, il meccanico, l'elettricista, l'avvocato o qualsiasi altra cosa, perché il mio compito dovrebbe essere costruirgli un'attività invece di dargli, per quanto posso, gli strumenti per scegliere?

Forse lasciare qualcosa ai figli non significa necessariamente lasciare loro un albergo, un negozio o degli appartamenti turistici. Potrebbe significare lasciare loro la libertà di decidere cosa farne della propria vita.

Non ci vedo nulla di scandaloso nell'aver costruito pensando ai figli. Umanamente lo capisco benissimo.

Quello che faccio più fatica ad accettare è trasformare tutto questo in una storia eroica nella quale qualcuno si è sacrificato e le generazioni successive devono semplicemente esserne riconoscenti.

Era anche un investimento. E ha funzionato molto bene.

Forse il problema è che tante scelte individualmente sensate, sommate per decenni, hanno prodotto conseguenze collettive che oggi cominciamo a vedere.

Abbiamo costruito moltissimo. Abbiamo trasformato case in appartamenti turistici. Abbiamo creato un'enorme capacità ricettiva e un'economia che ha portato benessere a tantissime famiglie.

E adesso scopriamo che chi lavora in questa economia spesso non trova un posto dove vivere.

Ma c'è un paradosso ancora più grande.

Può succedere che una famiglia possieda diversi appartamenti destinati al turismo e che il figlio, magari diventato insegnante, meccanico, elettricista o altro, faccia fatica a trovare una casa perché togliere un appartamento dal mercato turistico significa rinunciare a un introito.

Eppure quel figlio, facendo un mestiere completamente diverso da quello dei genitori, potrebbe essere molto più importante per Livigno di quanto pensiamo.

Perché un paese non vive di soli alberghi, negozi e appartamenti. Ha bisogno di insegnanti, artigiani, professionisti, tecnici, meccanici, elettricisti e di tutte quelle persone che fanno funzionare una comunità.

Se queste persone se ne vanno perché non riescono a vivere qui, non perde soltanto la loro famiglia. Perdiamo tutti.

Dobbiamo per forza costruire ancora?

È una domanda che mi faccio ormai da anni.

Ho l'impressione che a Livigno, davanti a un problema, siamo bravissimi a cercare una soluzione concreta. Tangibile. Qualcosa che si possa progettare, finanziare, costruire e infine toccare.

C'è traffico? Costruiamo parcheggi.

Servono spazi per i giovani? Costruiamo uno skatepark, una pista di atletica, un campo da calcio.

Mancano alloggi? Costruiamo alloggi.

Non sto dicendo che queste opere siano inutili o sbagliate. Sarebbe una sciocchezza. E non sto dicendo che l'edilizia convenzionata presentata dal Comune sia sbagliata: può essere una parte della soluzione e spero che funzioni.

Quello che mi domando è perché la nostra prima risposta debba essere così spesso aggiungere qualcosa, invece di provare anche a cambiare il modo in cui utilizziamo ciò che abbiamo già.

Al traffico si può rispondere anche chiedendoci come muoverci meno e meglio. Alla mancanza di case possiamo rispondere anche cercando di riportare sul mercato residenziale una parte degli appartamenti che oggi hanno un'altra destinazione.

È molto meno visibile.

Non si inaugura. Non si taglia un nastro. Non si misura in metri cubi.

Ed è tremendamente più difficile.

Perché costruire una casa è una soluzione materiale. Convincere centinaia di proprietari a cambiare il modo in cui utilizzano almeno una parte del proprio patrimonio è una soluzione culturale.

E forse è proprio di qualche soluzione culturale in più che oggi abbiamo bisogno.

Quattro possibilità, non una

Qui torno inevitabilmente ai sette articoli che ho pubblicato su questo blog.

Per anni anch'io ho affittato appartamenti ai turisti. Poi ho cominciato a fare seriamente i conti e ho deciso di destinarli al personale.

Non penso che la mia scelta debba essere quella di tutti. Sarebbe assurdo.

Quello che continuo a sostenere è che vorrei vedere molti più proprietari fare davvero i conti prima di scegliere.

Prendiamo un appartamento.

Possiamo gestirlo direttamente con affitti turistici. Possiamo affidarlo a un'agenzia. Possiamo affittarlo a un operatore che lo utilizzerà per il proprio personale. Oppure possiamo affittarlo direttamente a lavoratori o residenti.

Sono quattro possibilità molto diverse.

Eppure troppo spesso il confronto finisce ancora prima di iniziare:

Con i turisti incasso di più.

Fine.

Ma quanto tempo impiego? Quanto vale un'ora del mio lavoro? Quanto mi costa occuparmi delle prenotazioni, degli ospiti, delle pulizie, degli imprevisti, della manutenzione e dell'amministrazione? Quanto rischio assumo? E quanto vale, anche economicamente, liberarmi di tutto questo?

È esattamente il punto da cui erano nati i miei articoli precedenti: il nostro lavoro non è gratis solo perché lo facciamo noi.

Non sostengo che, fatti bene i conti, l'affitto al personale vinca sempre. Probabilmente non è così.

Sostengo che quei conti vadano fatti.

E vorrei che anche professionisti, associazioni e amministrazione aiutassero i proprietari a farli, mettendo sul tavolo tutte le alternative invece di lasciare che l'unico numero preso in considerazione sia l'incasso lordo.

Negli ultimi anni, tra l'altro, sono cresciute agenzie e realtà che intercettano proprio un'esigenza evidente: molti proprietari non hanno più tempo o voglia di occuparsi direttamente degli affitti turistici.

Affidano tutto a qualcun altro, guadagnano un po' meno e lavorano enormemente meno.

Scelta perfettamente legittima.

Ma mi fa sorridere pensando alla narrazione che facciamo di noi stessi: noi livignaschi, lavoratori instancabili, pronti a lavorare 24 ore al giorno, 365 giorni all'anno... ci staremo forse rammollendo?

Oppure, più semplicemente, abbiamo finalmente capito che anche il nostro tempo ha un valore?

Se è così, benissimo.

Facciamo però un passo in più e mettiamo quel valore dentro i conti anche quando confrontiamo l'affitto turistico con quello a un lavoratore o a una famiglia.

La comunità costa qualcosa

Forse alla fine il punto è proprio questo.

Ci piace parlare di comunità. Ma una comunità esiste davvero quando siamo disposti a rinunciare a qualcosa individualmente perché pensiamo che il risultato collettivo valga quella rinuncia.

Non significa regalare appartamenti. Non significa fare beneficenza. E non significa smettere di guadagnare.

Significa forse accettare che massimizzare il nostro guadagno personale non debba essere sempre l'unico criterio con cui prendiamo una decisione.

Io stesso ci ho messo anni ad arrivarci. Ho fatto parte del sistema che oggi metto in discussione e probabilmente continuo a farne parte sotto altri aspetti.

Per questo non ho una soluzione da insegnare a nessuno.

Ho però una convinzione: prima di consumare altro territorio e costruire altre case, dovremmo fare uno sforzo enorme per utilizzare meglio quelle che esistono già.

E per riuscirci non bastano regolamenti, progetti e metri cubi.

Serve cambiare un po' il modo in cui facciamo i conti.

Perché oggi il cassetto è pieno.

L'inverno arriverà, i turisti torneranno, gli appartamenti si riempiranno e, in qualche modo, qualcosa si farà.

Ma se vogliamo davvero parlare di comunità, prima o poi dovremo accettare che il bene del paese non coincida sempre con la scelta che riempie di più il nostro cassetto.

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